Supplici e socialisti nel cuore

Siamo così tanto plasmati da un sistema di idee, le cui origini settecentesche, sono quelle del materialismo utilitarista, e poi dal positivismo scientista, di cui il marxismo è una cospicua espressione, che quasi automaticamente applichiamo gli schemi che esso ci ha  scolpiti nella mente, anche quando questi approdano a risultati contraddittori se non anche assurdi. Oggi, ad esempio, i cultori dell’antinomia classica capitalismo/socialismo (non importa se tifosi del socialismo o tifosi del capitalismo) guardano sbigottiti a due fenomeni ai loro occhi paradossali. I paesi che sembrano incarnare storicamente il capitalismo, Inghilterra e Usa, sono quelli che più di tutti approvano e desiderano una visione socialista del vivere sociale, morale, culturale. La Cina, che a tutti gli effetti è un regime politico socialista, è il paese più capitalista che si conosca sul piano economico e quello che meno di ogni altro ulula contro il razzismo, le diseguaglianze sociali, le discriminazione di sesso (mi pare che nel comitato centrale del PCC non ci sia neanche una donna, ohibò e non ci siano le simpatiche coppie gay unite in matrimonio), di razza, di religione, vale a dire quello che meno se la mena con idoli ideologici tipicamente socialisti.

Evidentemente lo schema capitalismo/socialismo come contrapposizione di due modi di dare organizzazione alle attività produttive e ai modi di organizzazione sociale che da queste discendono è un abbaglio, un mito storico che è durato finché ancora la società non aveva sviluppato la completa sussunzione di tutte le attività produttive in un apparato tecnologico totale capace di gestire ogni singola attività (oggi persino incartare un pesce per venderlo è un fatto di tecnologia industriale) e rendere l’intera società dipendente da questo sistema produttivo.

In altri termini, dovremmo ricorrere, per spiegare il socialismo etico americano che impazza,  a concetti di ordine moralistico, tipo decadenza dei costumi e simili, ma sappiamo anche che sarebbero assolutamente ridicoli e inconsistenti.

In realtà il bisogno americano di socialismo morale si spiega benissimo proprio a partire dal sistema produttivo che è strutturalmente socialista, ossia si fonda sull’integrazione di ogni attività produttiva all’interno di un tutto complessivo, una sorta di fabbrica universale, entro la quale ogni processo concreto è reso possibile da un sapere calcolatorio, di ordine astratto,  capace di erogare l’energia necessaria a compiere una certa trasformazione, trasferendo ad una macchina il compito di stampare la forma necessaria con cui avere il prodotto finito.

In un contesto del genere è evidente che la collocazione sociale di ciascuno di noi e le aspettative stesse di sostentamento sono completamente sociali. La nostra sopravvivenza (e con essa la nostra ormai inesistente indipendenza) dipende completamente dal sistema nel suo complesso. E’ il sistema a darci il lavoro, non noi dare lavoro al sistema. Fino a non molti decenni fa non era del tutto così. Un giovane che fosse nato in paese di montagna o di campagna o di pianura doveva contare, per la propria sopravvivenza, solo sul suo braccio, sulla sua intelligenza, sua  energia e intraprendenza. Se avesse avuto dei muli, avrebbe dovuto sapere come domarli e condurli per trasportare merci da un luogo all’altro, oppure se avesse avuto un gregge di pecore come custodirlo e farlo rendere in termini di formaggio e lana, oppure avrebbe potuto  diventare un maniscalco, un muratore, un vignaiolo, un falegname. In ogni caso, il suo sostentamento era determinato unicamente dalla sua personale abilità. Lo stesso in città. Un medico avrebbe avuto stima e successo solo se avesse saputo capire col suo sguardo clinico e con le sue mani di che male effettivamente si trattava. Un negoziante dalla sua capacità di risultare affidabile ai clienti e nell’offrire loro merci adeguate ai loro  reali  bisogni e desideri. Un gelataio dalla sua capacità di offrire un prodotto eccellente. Un costruttore nel fornirti una casa adatta ai tuoi bisogni, avvalendosi di muratori che lavoravano temporalmente – solo cioè per quel determinato progetto – alle sue dipendenze e così tutti gli altri artigiani di cui era necessaria la competenza.  All’epoca persino insegnanti e giornalisti (almeno in parte) erano assunti sulla base della loro personale competenza e potevano, se lo volevano, aprire una scuola loro personale.

Oggi quasi nessuno per sopravvivere dipende dalla suo braccio o dalla sua mente o dalla sua abilità. Tutti entrano in scuole generaliste dove imparano alcune tecniche elementari (scrivere e fare di conto) e un surplus di idiozie ideologiche con le quali immaginano di poter capire e interagire con il mondo. Il grande economista Milton Friedman scrisse non per scherzare che la competenza tecnica richiesta ad un impiegato medio, necessaria per fare il suo lavoro, era semplicemente riuscire a fare la sua firma e contare fino a dieci.  La quasi totalità della popolazione non fa fare nessun lavoro (anche perché non c’è alcun lavoro reale da apprendere), ma si aspetta di riceve un lavoro. Il lavoro che andrà a fare sarà al 50% dato dal sistema pubblico di controllo sociale (saranno medici, insegnanti, controllori ‘scientifici’ di qualche funzione sociale, dispensatori di parole di conforto, uomini d’ordine, contabili e tecnici di amministrazione del territorio, e così via…). L’altro 50% entrerà nel sistema produttivo diretto e farà un lavoro generato dal sistema stesso, una sorta di piccola nicchia entro la quale ripeterà all’infinito più o meno le stesse elementari operazioni, quelle appunto alle quali il macchinismo cibernetico lo addestrerà. Sarà dunque un dipendente a tutti gli effetti.

Questa è la realtà del sistema. La pressoché totale dipendenza di tutti dal sistema stesso e dunque la richiesta universale che il sistema sia buono con loro, ossia che dia loro da mangiare, che non li discrimini, non li abbandoni, li protegga, li conforti, li faccia sentire sicuri, li faccia sentire parte dell’insieme, li integri e integri, volente o nolente,  chiunque sia fisicamente entro il sistema stesso.

Non è un caso che il socialismo nasca ovunque nelle scuole, ossia in quei luoghi dove in massa dei giovani senza arte né parte sentono che se non ci sarà una grande padre che provvederà ai loro bisogni, saranno perduti proprio perché sanno di non essere in grado di far nulla in modo indipendente. Eppure fino a non poco tempo fa, il figlio di un massaro sapeva benissimo come si governano gli animali in una stalla, come si potano gli alberi di mele, come si sgozzano i porci e si conserva la loro carne, come si fa il formaggio e come si fa crescere il grano. Sapeva di non avere bisogno di nessuno per sopravvivere, perché sapeva come procurarsi da sè il necessario,  e sapeva che se voleva vivere  meglio non aveva altro da fare che vendere sul mercato il vitello appena nato o l’olio in eccesso ai bisogni della sua famiglia. Adesso siamo pieni di scarpe, cravatte, telefonini, formaggi, pasticcini, vini, ma sappiamo anche che se il nostro padrone chiude la luce, non sopravviviamo tre giorni. Siamo dunque ai suoi piedi, supplici e socialisti nel cuore.

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