Mivan Kieskij

Alla fine le idee ti vengono. Adesso giro con una vecchia Mercedes targata strano. Ho copiato la targa da quella di Mivan Kieskij, capo tribù degli zingari ai quali il comune di Milano ha costruito un villaggetto modello per zingari in via di integrazione. Ma loro testardi, niente. Niente continuano alla vecchia maniera l’unica che gli piace, l’unica con la quale si sono fatti onore. Onore e fedeltà alle proprie radici. Se avessimo anche noi delle radici, non faremmo ridere come facciamo. Niente polemiche per carità, del resto un impiegato socialmente utile con tanto di diploma è ancora un uomo? Vale la pena di prenderlo per buono? La Resurrezione dei topi è un’ipotesi del tutto vegana.
Credo di avere collezionato nel giro di due mesi almeno dieci dozzine di multe per infranti limiti di autovelox, invasione corsie preferenziali, entrata a sbafo in zona B e A, quelle a pagamento istituite della Presidentessa dell’ Inter, Racchiona Moratti, che con quei soldi voleva far vincere lo scudetto alla squadra di famiglia, qualcosa insomma come 10.000 euri per le casse comunali, ma non credo che si siano presa la briga di spedirle a Mivan, che magari s’incazza per lo sgarbo e ti manda a casa uno dei suoi.
Cominci a capire qualcosa, quando vedi che la guardia comunale in motocicletta ti passa accanto mentre guidi e fa finta di niente, prosegue oltre come se tu non esistessi. I Carabinieri di Fizzonasco, quelli che si appostano dietro una curva per fare la multa agli zombies che tornano alla sera nei loro loculi, una volta mi hanno fermato, forse perché in affanno per il caldo, non avendo realizzato la targa bulgara o credendo potesse essere quella di un bulgaro qualunque, ma appena ho detto sono Mivan Kieskij, compassati e rispettosi, mi hanno detto “vada, vada”.
Così capisci cosa vuol dire avere un nome ed essere, invece, una merdicchia qualunque. A mia moglie ho detto: “prendimelo in mano, zingara…, da domani si vola”. Lei è tanto perbenino, ma le piacciono le sorprese. Io a casa non porto né fiori né opere di bene, ma idee. Zingaro io, zingara lei, zingara tutta la famiglia dei burdei. Non voleva assolutamente che nostra figlia andasse con lei, vestita a gonna fiorita a lavorare per pagare la pensione agli impiegati. Non tanto perché non approvasse l’importanza di tendere la mano, in vista di un fine così nobile e compassionevole, come il fatto che un vecchietto ottantenne, impiegato al catasto dal lontano 1959, potesse infine ritirarsi in pensione, quanto piuttosto perché aveva paura che degli zingari ‘veri’ la scoprissero e magari…. “Magari, cosa? – detto io – Che significa degli zingari veri? Noi cosa siamo, degli zingari falsi?” – Ma pensa te, la borghesuccia – Viviamo in un mondo così evoluto che nasci uomo, ma non ti garba, e il sindaco allora ti dichiara donna e viceversa; siamo in un mondo nel quale oggi non sei nessuno e domani sei Presidente della Repubblica o magari Ministro del lavoro e vicepresidente del Consiglio, e noi, che da sempre siamo stati un po’ pendenti per l’altra sponda del vivere socialmente utile, adesso ci dobbiamo preoccupare se siamo zingari veri o falsi? Ma cosa hai al posto del cervello? Ognuno di noi è quello che si sente di essere. Fino a ieri ti chiamavi Giulietta Boninverni e lavoravi alla Snia Viscosa, da sporca italiana privilegiata. Ebbene adesso sei Nory Kieskij, moglie di Mivan Kieskij, cittadina del mondo, e lavori a mano tesa per pagare le pensioni a tutti quelli che passano e vedrai che di tasse non ne paghi più.

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