La pista del Nord e la via della libertà

La schiavitù esiste perché è voluta da Dio. Dio vuole che siamo liberi, ma siccome la libertà non è uno stato di fatto, ma una tensione verso qualcosa, si deve lottare per essere liberi, dunque la schiavitù è una necessaria e permanente condizione di partenza. La storia di noi uomini è la storia di questa vicenda, della battaglia universale che si combatte per svincolarsi dal gancio al quale siamo appesi. Un uomo che ha smesso di lottare per la sua libertà è peggio che morto, è ridicolo. Un popolo che non sente il bisogno di trovare la sua nuova forma di essere libero, è un popolo finito. La battaglia per la libertà è sempre uno spiazzamento, è uscire dal luogo nel quale si è per trovare quello nuovo che si è immaginato. Così i figli quando lasciano la casa; così gli Ebrei quando salutano il Faraone. Ognuno di noi ha un Faraone dentro di sé.

Il Norrweg (da cui oggi Norvegia) era la lunga pista che costeggiava la Scandinavia occidentale e portava al Mar Bianco, sulla costa siberiana, dove i marinai vikinghi trovavano i Nemezi con i quali si scambiavano doni e pacche sulle spalle e poi acquistavano le corde fatte con pelle di tricheco, le uniche che avevano la resistenza sufficiente per sorreggere l’albero di una nave in tempesta; acquistavano in gran quantità anche olio di balena e di pesce che era assolutamente necessario, perché mescolato alla pece era l’unico rimedio che si conoscesse al feroce lavoro delle teredini marine, capaci di divorare la chiglia di una nave in pochi mesi.

Il Norrweg era una lunga fila di piccoli re e jarl che risiedevano con la loro corte, con la loro famiglia, con i clan di parenti vicini e lontani, con i loro amici e sottoposti nel diversi fiordi e accidentati retroterra che si susseguivano fino a Capo Nord. Ognuno di loro era libero e indipendente e per giunta assai ricco, perché un po’ con la pirateria, un po’ col taglieggio delle navi di passaggio e un po’ col commercio marittimo di pelli di tricheco e olio di balena aveva da mantenere con larghezza tutti coloro che dipendevano e riconoscevano la sua sovranità e con lui si divertivano a molestare i vicini. Nel IX secolo tutto ciò ebbe fine. Uno di questi re, un po’ più potente e più ambizioso degli altri, Harald Bellachioma, decise che solo lui avrebbe comandato sul Norrweg e tutti gli altri re gli sarebbero stati tributari e a lui avrebbero dovuto chiedere permesso per intraprendere qualunque cosa. Provarono a resistere con le armi in pugno, ma furono battuti uno dopo l’altro e poi anche tutti insieme quando si misero insieme.

Ma poiché il loro istinto ad essere liberi fu più forte di qualunque spada, trovarono alla fine la loro ultima Thule. Si, proprio l’isola che avevano chiamato Thule e che oggi è chiamata Islanda. All’epoca era ben conosciuta ma completamente disabitata, se non per occasionali battute di caccia al tricheco. I capi vikinghi del Norrweg decisero di abbandonare i loro regni e trasferirsi in Islanda alla scopo – così riportano le saghe – di continuare ad essere “liberi e indipendenti”, non importa quanto dura e povera sarebbe stata la loro vita in quella gelida e tetra isola.

La parola ‘liberi’ è impegnativa da definire concettualmente. Non sappiamo bene quale sia il suo significato esatto e se esista davvero qualcosa a cui corrisponda nel mondo dei nostri sensi. Ma la parola “indipendenti” è ben più chiara e facile da definire e da verificare. Significa fare qualcosa senza dover chiedere il permesso a qualcun altro. Significa non mettersi nella mani di nessuno, se non nelle proprie, sia che si debba mangiare sia che si debba decidere se costruire una nave e metterla in mare. Il concetto di essere indipendenti è definito dunque dal rapporto che abbiamo con gli altri. Se lasciamo che siano gli altri a provvedere e a decidere per noi, oppure se riteniamo che per restare uomini dobbiamo in primo luogo essere indipendenti dagli altri. Oggi, qui in Italia, nessuno è più indipendente da niente. Non può nemmeno decidere se è il caso di uscire o di restare in casa e lo accetta lietamente.

Ma la questione di fondo, relativamente all’essere liberi e indipendenti è quella dell’abbandono. La libertà si trova soltanto abbandonando il luogo della nostra schiavitù. Non è una fuga, è entrare in un altro spazio, sia fisico che mentale. E’ come con i morti. Tu non fuggi da loro, ma li abbandoni alla terra, perché non puoi più in nessun modo vivere in loro presenza. Questa nella storia è sempre stata la pista del nord, la via della libertà. E’ la via che presero i Boeri del Sudafrica, quando di fronte al dominio inglese, salirono sui loro carri e passarono nel bush, oltre il Vaal. E’ la via di quelli che approdarono nel Nuovo Mondo per fondare una nuova Gerusalemme e attraversarono, come gli Amish e i Mormoni, le desolate praterie del Nord America in cerca della Terra Promessa.

Oggi noi non abbiamo una nuova Thule sul piano fisico. Ma l’abbiamo a livello mentale e ideale. Solo se smettiamo di sentirci parte della cella nella quale siamo rinchiusi, solo se consideriamo lo spazio murato nel quale siamo rinchiusi come roba non nostra, avremo la possibilità di ricostruire la nostra indipendenza. I carcerieri confidano sempre che i prigionieri si sentano parte del carcere e lo vogliano migliorare a loro favore. Sanno che è così che nessuno la farà franca. Ma se tu sei altrove, sei hai la testa altrove, hanno un bel ammonirti e consigliarti per il meglio.

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