Il discorso è vasto e accidentato, ma vale la pena di farlo. Dunque vengono citati alcuni autori secondo i quali l’Occidente sarebbe in un’alba radiosa, pronto a raggiungere nuove mete di grandezza. In realtà questi autori teorizzano la morte dell’Occidente e si aspettano un nuovo mondo libero da ogni limite e capace di rendere felice l’umanità su scala planetaria, una volta superate le piccolezze della società borghese e il qualunquismo delle masse obese. Ma non è questo il punto, quanto il valore teoretico delle loro opere. Di quelli citati, l’unico ad avere avuto un riconoscimento e un impatto teorico effettivo è il francese Michel Foucault, la cui opera potrebbe essere definita quella di uno storico moralista (nel concetto francese del termine) e quella di un filosofo del nichilismo assoluto. Le opere di Foucault sono state apprezzata soprattutto negli USA, dove lui, omosessuale militante, andava spesso, specie a San Francisco dove amava farsi infilare (letteralmente non metaforicamente) un pugno chiuso nel buco del culo. Questa non è cattiveria gratuita, ma un modo concreto per capire l’anima del personaggio. In ogni caso il successo di Foucault, oggi completamente rinnegato dagli stessi apologeti di ieri, si regge essenzialmente sulla prosa. Un prosa barocca, incredibilmente lambiccata e complessa, una specie di fascinazione per il lettore che, nel momento in cui credeva di capire cosa si nascondeva dietro quel caravanserraglio di parole, s’immaginava di essere finalmente assurto al cielo degli eletti, degli happy few che avevano capito tutto.
L’unica opera diciamo prettamente teoretica scritta da Foucault s’intitola “L’Archelogia del sapere”. In essa spiega il suo modo di procedere e il sistema di concetti che gli permettono di capire il senso recondito del nostro agire sociale e del nostro volere, ossia di capire quello che si nasconde dietro i fenomeni storici di superficie. Il volume si compone di circa 200 pagine. Gli servono a nascondere la pochezza del concetto strutturale che guida il suo pensiero. Esso potrebbe essere riassunto egregiamente nella sentenza di Nietzsche secondo la quale il “vero è semplicemente quello che vogliamo sia il vero”. Ossia che non esiste la verità, ma la verità è determinata unicamente da senso che danno alle parole quelli che vogliono che le parole abbiano un determinato significato. Non è una grande idea, né quella di Nietzsche né quella da lui copiata di Foucault. E’ un’idea espressa da secoli dalla cultura filosofica europea, sebbene con esiti e prospettive ben diverse dalla riduzione della verità a ’volontà di potenza’.
Ad esempio è abbozzata da Leibniz quando nella ‘Monodologia’ afferma che nessuno può conoscere l’ordine dell’essere, giacché ogni monade vede l’essere dal suo punto di vista e lo comprende solo dalla particolare angolatura con la quale lo guarda, ossia ogni monade riflette se stessa in uno specchio e crede che l’immagine che ne riceve sia l’universo stesso. E siccome ognuno non può affermare se non quello che è, cioè quello che vede di sè, ogni monade crede di essere l’alfa e l’omega dell’universo. Lo stesso concetto è espresso dal Hegel con l’affermazione ‘Il vero è l’intero’. Ora siccome nessuno è l’intero, nessuno è in grado di farci il riassunto esaustivo del vero e del falso, ma sempre e solo darci una visione parziale delle cose. La differenza fra i nichilisti è i non nichilisti sta nel fatto che quest’ultimi credono alle parole di Spinoza, ossia che il ‘vero è misura di sè e del falso’. In questa prospettiva la verità, sebbene nessuno la possegga, è anche la causa che muove il pensiero, la ragione che lo rende possibile, ossia lo spinge a scoprire perché questa o quella affermazione è falsa. Se la verità fosse, come credono i nichilisti, un semplice espediente retorico per far far trionfare il proprio punto di vista, ossia se tutti ingannassero tutti, da tempo i più intelligenti avrebbero smesso di parlare e di ascoltare.
Le opere storiche di Foucault sono opere da lui definite ‘archeologiche’. Ossia scavano sotto la superficie e mostrano quello che non si vede in superficie.
Le più note sono: “Le parole e le cose”, “Sorvegliare e punire”, “ Storia della follia all’epoca classica”.
Sono lavori interessanti, che tuttavia si risolvono in truismi. L’interessante è il linguaggio, il profluvio di parole per raccontarci non cose false, ma ovvie.
Ne’ “Le parole e le cose” mette a confronto il sapere dell’epoca umanistica e rinascimentale e fronte di quello successivo, ossia cartesiano e matematico. Cosa ci spiega? Che gli uomini del Rinascimento credevano nei segni e nell’analogia,ossia immaginavano l’universo un sistema chiuso, nel quale ogni cosa era in rapporto con le altre e agiva su di esse per mezzo di forze come l’attrazione, la repulsione, la fusione, la mescolanza… Vi erano inoltre tutta una serie di segni, di cui il più importante era la forma, attraverso il quale il sapiente poteva indovinare la convergenza o la divergenza delle cose, la loro reciproca influenza o ininfluenza. Ad esempio, se la noce è così simile al cervello, ci sarà allora un rapporto fra le due cose. La possibilità ad esempio di diventare intelligenti, oppure di curare il mal di testa, attraverso le noci. Cose che Pico della Mirandola, Nicola da Cusa, Giordano Bruno ci avevano spiegato benissimo nelle loro opere ed esplicitato con la massima cura…. Per il sapere successivo ci dice che si comincia a pensare la natura come cosa materiale uniforme, che può essere studiata tramite la scomposizione e la composizione delle sue parti minime e il metodo per poterlo fare è quello matematico. In pratica ci dice in un linguaggio da circo Barnun quello che Cartesio aveva detto chiarissimamente in un libretto di una decina di pagine.
Più bella ancora la scoperta archeologica di “Sorvegliare e punire”. Si prende in esame il sistema penale antecedente al secolo XVIII e quello immediatamente posteriore. Ci mostra come la giustizia del re era quella di ‘punire’ chi violava la sua volontà e dunque più la violazione era grave più s’inventavano punizioni crudeli e feroci che venivano impartite, come fosse un teatro, su palchi pubblici, giacché avevano il significato di mostrare la potenza del re nel costringere tutti al proprio volere. Poi cambiò tutto e lo scopo del sistema penale non fu più quello di ‘punire’ ma di rendere innocuo il reo. Dunque lo si isolava, imprigionandolo e lo si sorvegliava attraverso un sistema che doveva permettere di sapere (almeno teoricamente) in ogni istante cosa stesse facendo l’animale rinchiuso. E’ quello che aveva teorizzato a chiare lettere Beccaria e quello che oggi vediamo realizzato non solo nelle carceri ma nelle vie cittadine e domani nelle case private.
Dunque? Tanto rumore per nulla.

