L’IGNORANZA STRUTTURALE

L’ignoranza vera e strutturale non sta nell’assenza di informazioni, ma nel prendere per buone informazioni monche, parziali, deformate, accettate per lo più per sentito dire. Più ancora sta nel fatto di non essere in grado di confrontare, comparare e valutare la reciproca compatibilità o incompatibilità di questo coacervo di nozioni sconquassate. Ognuna di esse diviene un idolo a se stante, un fatto certo e indubitabile come un versetto del Corano.

Fino agli anni ’70 se qualcuno, in ambiente universitario, avesse affermato la fondamentale influenza del mondo musulmano sulla civiltà cristiana medioevale sarebbe stato deriso, umiliato e cacciato con ignominia dai suoi stessi colleghi. Poi politici comprati e intellettuali profondamente corrotti nell’anima hanno cominciato a far girare fra i mezzi studiati (leggi: il volgo televisivo) l’idea che l’Islam abbia avuto un’influenza decisiva nella formazione dell’Europa cristiana e medioevale al punto che se non ci fosse stata la benevola civiltà islamica gli europei sarebbero stati più o meno dei trogloditi coperti di pelli che vivevano in tuguri di paglia. 

Più ancora. Si spaccia l’idea che la filosofia e la scienza, orgoglio e chiave di volta della superiorità intellettuale e morale della civiltà Occidentale, sarebbero stati importati dalle ben note scuole coraniche. A conferma di questa strepitosa idea ci raccontano dei numeri arabi, ossia della più colossale truffa di copyright della storia, essendo essi stati inventati dai matematici ariani dell’India del nord. Ma più ancora facendo credere che i numeri detti arabi siano la chiave di volta della matematica, non sapendo che i matematici greci di Alessandria avevano perfettamente calcolato al centimetro la distanza del sole dalla terra e la lunghezza del diametro terrestre e che tutto l’universo geometrico e matematico  di base fa riferimento all’opera di  Euclide (III sec. A.C.), quella che si studia a partire dalle scuole elementari. Più ancora il mezzo studiato non si pone il problema di come abbia fatto, senza numeri arabi, Pitagora a scoprire il suo ben noto teorema e, udite udite, a rimanere basito scoprendo, grazie ad esso, l’esistenza dei numeri irrazionali. Il mezzo studiato crede, infatti, che la matematica stia nella tecnica di calcolo e non nella concettualizzazione teorica dei rapporti quantitativi fra le parti. Sarebbe come pensare che le macchinette elettriche calcolatrici siano la matematica e, tolte esse, la matematica un cupo mistero.

Quanto alla filosofia, qui davvero entriamo nella dimensione del non sapere mettere insieme il due più due, ossia semplicemente confrontare le date.

A sostegno della straordinaria influenza filosofica dell’Islam sulla filosofia che si studiava nelle università europee, ossia quella aristotelica, si cita alla cazzo di cane tale Averroè  da Cordova , un medico e giurista magrebino, che si dilettava di letture filosofiche, divenendo un autorevole commentatore (commentatore, non filosofo originale) di Aristotele. Averroè non conosceva il greco, dunque non aveva accesso ai testi di Aristotele nella loro formulazione originaria; conosceva però l’arabo classico e in questa lingua leggeva la traduzione di Aristotele che ne aveva fatto un letterato siriano ancora nel secolo VIII, prima che la filosofia e la lettura dei filosofi greci divenisse proibita dalla grande e  tollerantissima  cultura islamica.

Averroè fu condannato a morte come eretico da un tribunale islamico perché aveva sostenuto con grande onestà intellettuale la teoria della mortalità dell’anima individuale, esattamente come sosteneva Aristotele. La dottrina riguarda l’intelletto agente. Come è noto l’intelletto agente è il pensiero che prima di pensare qualunque singolo pensiero pensa se stesso. Noi possiamo pensare perché il pensiero non è causato da altro se non da se stesso, in quanto nel momento in cui si pensa, appunto si pensa, si sta già pensando; e questo è un atto assoluto  che non è causato da altro se non da se stesso, dunque non può avere né un prima né un poi.  E’ dunque  per questa ragione che l’uomo, a differenza degli animali, può  dunque pensare le singole cose, fra cui appunto le sensazioni che prova la sua anima, ovvero il suo esserci come singola realtà. L’intelletto agente è ciò che unisce l’uomo a Dio, giacché Dio, atto in atto (energia che genera la propria energia, per usare un linguaggio attuale), è puro pensiero, ossia pensiero che pensa il pensiero, dunque motore immobile e causa finale di ogni singola realtà. La scintilla divina dell’uomo è appunto il fatto che l’intelletto agente è parte dell’intelletto divino. In questa prospettiva, l’anima individuale, ossia l’identità corporea e senziente, muore quando muore il corpo, ma non l’intelletto agente che è universale e eguale in tutti gli uomini e senza alcuna identità particolare. In definitiva Aristotele e con lui Averroè ci dicono che nulla della nostra individuale particolarità resterà, mentre il lato divino di noi, che in realtà non appartiene a noi come singoli enti materiali, resterà per sempre perché è immortale, dunque libero dal ciclo del nascere e morire.

In poche parole che noi moriamo, ma Dio no; ma noi abbiamo dentro di noi una scintilla divina e dunque l’unica cosa che possiamo fare di sensato in questa vita è che questa scintilla illumini quanto più possibile l’ambiente nel quale si è venuta a trovare, ossia il corpo, ossia il suo sentire, quel carcere penoso che è l’anima materiale, quella senziente.

Bene, veniamo alle date. Averroè nasce Cordova nel 1126. Presumibilmente i suoi primi commenti ad Aristotele non possono essere antecedenti al 1160, ma ben prima di quella data, tradotte direttamente dal greco dai monaci dell’abbazia di Mont Saint-Michel, circolano per le università europee le opere di Aristotele. Si, le università che cominciano ad esistere a partire dalla fine del XI secolo e utilizzano appunto i testi filosofici greci in particolare quelli di Aristotele. Molti ricorderanno la vicenda di Abelardo (1079 – 1142), per la sua peccaminosa vicenda passionale con Eloisa, ma forse non sanno della sua dura polemica, all’università di Parigi con San Bernardo, riguardo appunto a come interpretare su base aristotelica le Sacre Scritture. E Averroè non era ancora nato al momento di quella polemica. Qualcuno forse ricorda il nome di Sant’Anselmo (1034-1109), famoso teologo e filosofo, noto per la prova ontologica dell’esistenza Dio. Eminentissimo studioso di logica, padrone assoluto degli Analitici primi e secondi di Aristotele, famoso ovunque, dall’Italia alla Francia fino a Canterbury, di cui divenne arcivescovo. E prima? Nessuno ha mai sentito parlare di Scoto Eriugena (810-877), della Schola Palatina, di Beda il Venerabile, della grande tradizione neoplatonica che correva nelle scuole palatine e in quelle cattedrali? Il mezzo studiato ovviamente non ne sa un cazzo, ma sa che senza Averroè saremmo in braghe di tela.

E per finire, cosa possiamo dire delle scienza e della tecnica? Ebbene nel 1099 Tancredi d’Altavilla alzava il santissimo stendardo bianco con la croce rossa sulle mura di Gerusalemme. Come avevano fatto i santi crociati, un pugno di guerrieri franchi, a sconvolgere e conquistare tutto il medio oriente ed entrare in Gerusalemme? Basta leggere i cronisti arabi. Erano protetti da corazze impenetrabili alle lance e alle spade arabe, perché fatte di un acciaio incredibilmente migliore, anzi di qualità mai vista fra i beduini (un po’ come le armi americane in iraq) e con lo stesso acciaio le loro spade erano in grado di tagliare in due qualsiasi nemico.

Di contro, nello stesso periodo iniziava la costruzione sistematica delle meravigliose cattedrali gotiche in Francia e poi in tutta europa. Lasciando perdere l’aspetto pittorico,  scultoreo e artistico, e badando solo all’aspetto scientifico e tecnico, come veniva eretta una cattedrale? Con un sistema mai visto prima, che ribaltava la tradizionale architettura greco-romana. Questa partiva dai muri, che dovevano essere spessi e saldi per innalzare su di essi volte, archi, architravi. Gli architetti gotici partivano, invece, da una sistema concatenato, una specie di gabbia toracica, di archi a tutto sesto e, attorno ad essi, alzavano muri, architravi e volte. Mai nulla di più geniale, di più bello, di più leggero.

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